C’era molta attesa per questo disco, uscito per New Model Label, ed essa è stata ben ripagata! Francesco “Fry” Moneti esordisce come solista con un disco multicolore e poliedrico. Già il titolo – che gioca sull’appartenenza ai “suoi” Modena City Ramblers – comunica un’aura sognante ed eterea che, in effetti, si riversa negli undici brani del disco.

Anticipato dal singolo “Jerusalem vibes” (di cui parlerò tra poco), il disco si rivela un viaggio sonoro attraverso culture e mondi insoliti che s’intrecciano insieme come per magia; si tratta di una sintesi di tante storie di vita vissute, intrise della personalità e della maestria del musicista.

Francesco Moneti, in questo album, oltre ad aver composto, ha suonato gran parte degli strumenti (e non solo quelli a corda), nondimeno hanno partecipato degli ospiti importanti che hanno dato il loro autorevole contributo.

“This is the world we live in” è l’inizio e riassume sin da subito le coordinate di quello che sarà l’intero lavoro. Aperto da un inconfondibile riff di violino, la canzone si pregia della voce di Francesco Di Bella dei 24 Grana, insieme a quella di Moneti che ha cantato il ritornello e le strofe iniziali. Moneti sfoggia una bella voce che non sfigurerebbe in un disco di sofisticato AOR americano. Musicalmente, questa canzone può essere definita come un incontro tra oriente e occidente: è costituita da sonorità che abbracciano mondi solo apparentemente lontani che, in realtà, sono più vicini di quanto sembri.

“Before the Ghibli” continua su trame orientaleggianti ed è un esempio di grande virtuosismo (ma mai fine a sé stesso) all’oud. Si tratta di un’introduzione ad “Electric Ghibli” che arriva subito dopo: un brano accattivante che mischia aromi di progressive anni Settanta ad una base moderna (arricchita perfino da qualche sample) e ad influenze etniche disparate. Continua il crossover folk con alti livelli di polistrumentismo: violino e oud elettrico “si sfidano” eccellentemente.

“Lorenzo the Magnificient” è un componimento che unisce tre diverse generazioni legate all’autore. Non a caso hanno partecipato Lorenzo “Fry Jr.” Moneti, il figlio di Francesco, alla voce, e Nanni Moneti, il babbo di Francesco, al banjo. Questi, peraltro, è un noto musicista dell’area aretina, leader negli anni Sessanta e Settanta di storiche rock e country band come Kiks e Fieno Blu. Si tratta di un brano dolce e ispirato, con la melodia del violino che conduce alle atmosfere folcloristiche-irlandesi dei Modena City Ramblers, ovviamente con un tocco “galattico” in più che la differenzia dall’impronta del gruppo.

“African Scars” si rivela un’altra sorpresa: il contributo pianistico di Patrizio Fariselli, storico membro degli Area, dona un tocco jazz-sperimentale, soprattutto all’introduzione. Si tratta di un pezzo decisamente solare e rilassato, caratterizzato da una melodia intensa in primo piano, nonostante il titolo lasci immaginare tematiche cupe.

“A perfect storm” batte ancora i sentieri della contaminazione etnica, tra riff arabeggianti e improvvise impennate chitarristiche dal sapore hard & heavy. Anche stavolta i virtuosismi si rivelano azzeccati e non sono sopra le righe ma al servizio del pezzo, difatti vivacizzano notevolmente la composizione.

“The sun is just a dot” è un breve brano dal sapore folk impreziosito da delicate sperimentazioni: il didjeridoo di Gino Generoso Pierascenzi, infatti, conferisce un sentore quasi psichedelico alle note. Mattia e Alfio Antico hanno eseguito rispettivamente la linea di dulcimer e quella di percussioni a “My sweet tsunami”, un curioso ed inedito esempio di fusion-folk.

“Jerusalem vibes” è il primo singolo estratto e non poteva essere altrimenti: si tratta di un brano accattivante, praticamente ballabile, in cui moderni beats si uniscono alle trame orientali del violino e alla chitarra eterea, velatamente funky. Questa è una canzone che potrebbe addirittura spopolare in contesti diversi dal solito: potrebbe sicuramente piacere a chi ama l’elettronica; è al passo coi tempi e, nondimeno, originale.

“Vampireska” continua, in linea di massima, sulle coordinate del brano precedente: il titolo mi ha fatto venire in mente un’intervista a Moneti, in cui ha dichiarato che egli ama “vampirizzare” stili e sonorità di diversa estrazione nel suo modo di suonare, restituendoli poi nelle proprie composizioni con accenti personali. Forse è proprio questa la chiave di ascolto del brano, che insiste su richiami orientali piuttosto marcati ed orecchiabili.

“La valse du sang” è il componimento serrafila del disco. Si tratta di una sorta di valzer oscuro (il titolo è esemplare in questo senso), dalle tinte notturne ed enigmatiche che suscitano emozioni arcaiche. L’ospite di questa traccia è Daniele Contardo che ha suonato l’organetto.

Indubbiamente un bel disco “Cosmic rambler”: conferma la raffinatezza esecutiva e l’anima vulcanica di Francesco “Fry” Moneti, ma soprattutto ne svela altri lati musicali forse meno noti. È un lavoro di grande ricerca sonora, mai banale, che ad ogni ascolto regala nuove emozioni. Oltre ciò, “Cosmic Rambler” è un disco che potrebbe unire diversi tipi di pubblico, non soltanto chi ascolta folk, ma anche chi è attratto da suoni nuovi e da sonorità insolite, senza barriere.

Francesco Lenzi