Cosa succede quando due pilastri del folk alternativo italiano si uniscono? Capita che il risultato sia un lavoro affascinante e fuori dagli schemi, legato, sì, alle trame acustiche che accomunano ambedue i musicisti, ma che al tempo stesso intreccia le loro molteplici influenze in un amalgama sonoro unico. Ciò è successo dal sodalizio di Silvio Trotta e di Massimo Giuntini, battezzato “Libero Arbitrio”, uscito per “Radici Music”.
I due nomi non hanno bisogno di presentazione, basti pensare che Trotta (chitarra e voce), oltre ad essere parte dei “Musicanti del Piccolo Borgo”, è stato collaboratore di grandi autori ed autrici del folk tradizionale italiano, mentre il polistrumentista Massimo Giuntini (flauto irlandese, uillean pipes, bouzouki e un’infinità di altri strumenti), oltre ad aver fatto parte di “Modena City Ramblers”, “Whisky Trail” e “Ductia”, ha collaborato con molti altri noti nomi in area di musica celtica e non solo.
“Libero Arbitrio” nasce proprio dall’unione di due mondi solo apparentemente diversi ma, in realtà, perfettamente speculari e complementari. Il titolo, inoltre, nasce dalla volontà dei due musicisti di esprimersi in maniera libera da tutti i vincoli o, come direbbe lo stesso Giuntini, in pratica, un po' come pare a loro.
“O rundinella/Alborada”, con il testo tratto da “Letteratura popolare Capracottese” di Oreste Conti, apre le danze ed esemplifica al massimo le due anime dei musicisti: si tratta di un brano senza tempo, popolare e attuale, in cui le varie sfaccettature della musica acustica si mescolano e diventano ballabili, in bilico tra tradizione e novità.
Il crossover folk del duo continua con “Cecilia/Back in time” in cui il bouzouki si intreccia con la chitarra acustica, mentre il tema è dettato non solo dal canto ma anche da flauto e da cornamusa. Così, la composizione trascina chi la ascolta all'interno di un’ideale terra di mezzo, ubicata fra memorie di guerra di un antico Sud Italia ed ampie praterie dalle nuance celtiche.
Il connubio tra brani popolari e brani inediti dal sapore irlandese continua con “No potho reposare/The Forest Song”, la quale mischia il noto standard della tradizione sarda ad un’altra composizione di Giuntini. È davvero incredibile come queste sonorità si incastrino tra di loro alla perfezione, spezzando le barriere di confine, sia geografico che sonoro. La traccia, inoltre, acquista un significato ancora più profondo, essendo una bellissima dedica ai genitori di Giuntini.
“Il cammino” proviene dal repertorio della Nuova Compagnia di Canto Popolare ed è dedicato alla memoria del leader Corrado Sfogli. Questa canzone è rivitalizzata in una chiave accattivante e moderna, sempre in bilico tra tradizione e contemporaneità. L’ultima parte del testo è tratto – come “A Rundinella” – dal succitato libro di Oreste Conti.
Subito dopo, il medley tra la tradizionale “Ninna nanna di Carpino” e l’inedita “Knight’s dream” dona all'album un’insolita atmosfera sognante: è una sorta di progressive folk velatamente psichedelico (complici anche degli insoliti delay e reverse vocali che fanno capolino nel ritornello), in cui gli ipnotici arpeggi acustici della prima parte si coniugano con la dolcezza del flauto irlandese presente nella seconda parte. Si tratta, forse, del brano del disco che preferisco, proprio per la particolare atmosfera d’incanto che emana. Oltretutto, uno spiccato sentore di magia lo regalano le percussioni di David “Hopi” Hopkins, noto musicista irlandese che fa capolino qua e là anche in altri brani dell’album.
La successiva “Tournemine et Gasbedois” è un vero tuffo in atmosfere bretoni: un pezzo strumentale, rifacimento di un brano della band francese “Skolvan”, riletto in maniera personale dal duo, con cornamusa e flauto in evidenza. In questa cover emerge persino un rilassato pianoforte che introduce le strofe.
“Padrone mio” è una vecchia canzone di protesta di Matteo Salvatore che viene rinnovata grazie ad una sonorità decisamente attuale, che sposa gli arpeggi acustici a dei beat moderni ma adatti al contesto. È da segnalare il finale dal fortissimo sapore d’Irlanda e la sconcertante attualità del testo, anche a distanza di molti anni.
“Nel giardino dei salici” è una cover di Angelo Branduardi, tratta dall'album “Branduardi canta Yeats”, in cui l'artista milanese ha musicato dieci poesie di William Butler Yeats. Si tratta di una rilettura molto particolare, ariosa e, forse, più solare dell’originale, che mantiene comunque un certo spleen di fondo. Vi è la partecipazione vocale, nel finale, di Claudia Bombardella che recita i versi originali della poesia di Yeats.
Il finale dell’album è affidato nuovamente ad un medley tra una canzone tradizionale,“Violina”, e un inedito di Massimo Giuntini, “A serious polka”. Musicalmente, la tradizione si veste di contemporaneità grazie ad una serie di accortezze che conferiscono un'insolita impronta alla veste del brano, come, ad esempio, la voce filtrata da un leggero phaser di Silvio Trotta.
“Libero Arbitrio” è album ottimo, mai banale e che, a mio avviso, sta già gettando le basi per un futuro luminoso, non solo per i due artisti coinvolti, ma per le evoluzioni della scena folk italica. Non è un caso che, non appena il disco finisce, si è subito tentati di ascoltarlo nuovamente siccome le canzoni in esso contenute non sono di sola ricerca sonora ma risultano magnetiche, accattivanti.
Francesco Lenzi
