Ryan Spring Dooley è un originale cantautore americano; in realtà la musica è solo una delle tante sue occupazioni in quanto è un artista a tutto tondo: si occupa infatti anche di pittura e street-art oltre che di animazioni video. “Little ones” è il suo lavoro per la neonata etichetta Buonamorte Records.

Come specifica fedelmente il titolo, la raccolta comprende alcuni brevi pezzi, molto spontanei, quasi dei bozzetti, i quali catturano l’attimo, tant'è che paiono ideati, composti ed eseguiti “sul momento”, appunto. In altre parole, le undici canzoni che costituiscono l’album, tenendo fede a questa attitudine, sembrano registrate in presa diretta – probabilmente in alcuni casi secondo una filosofia di “buona la prima” – alla maniera di una serie di osservazioni personali dell’autore intorno al mondo circostante, dentro al quale si succedono varie situazioni il cui leitmotiv è un'ossea genuinità.

Summer moon” apre il disco e gli ingredienti sono genuini: un malinconico ma incisivo pianoforte insieme alla voce, quasi recitata, quasi rotta alle volte, per raccontare una storia fuori dall'ordinario.

Sugar shake” è un blues sghembo, pigro e volutamente dissonante, solcato persino da sample rumorosi.

Lowry Ave” è un brevissimo frammento che continua secondo il medesimo stile, suonato con attitudine proiettata verso il punk, in cui fanno persino capolino dei fiati che donano un lieve retrogusto jazz, senza esagerare.

Provincia” è l’unica canzone cantata in italiano, in cui si percepisce una certa ironia e un po' di disincanto: «se gli eroi sono sempre gli stessi, chi cazzo sei tu?» si interroga l'autore nell’introduzione. Musicalmente, si tratta di un brano più cantautoriale anche se l’ombra del folk blues scarno dei precedenti pezzi aleggia anche qua, forse ancora più direttamente.

Jackson” è un bozzetto naif che rivela un lato apparentemente più melodico nel cantato. Certo, non c'è da aspettarsi una canzone pop leggera e leccata, perché tutta una serie di bizzarrie la contornano, proprio come alcuni inconsueti sample che la solcano violentemente, squarciandola senza preavviso; anche gli accordi sono spesso volutamente dissonanti e sporchi, ma sempre unplugged.

Forse “Words” è il brano più “melodico” del disco, ma sempre tradotto in un’ottica visionaria e deformata: ritornano i sample e gli scratch vinilici quando meno ci si aspetterebbe. Irresistibili i riff suonati alle tastiere sopra una base di chitarra molto povera ma comunque trascinante.

Why”, coi suoi quattro minuti abbondanti, è il brano più lungo del disco: è soffuso, notturno, estremamente vocale, con qualche punta di pianoforte ed un breve intervento di sassofono nel finale, leggermente jazzato e con certa dose di raffinatezza in più, in contrasto con la crudezza degli episodi precedenti.

Constitution” è un’ulteriore sorpresa, in quanto fa capolino una fisarmonica; una sorta di poesia provocatoria che ricorda certi spoken act del primo Dylan, rivisti e corretti però dalla personalità e dal sound lunatico di Dooley.

Light” è una ballad riflessiva e altamente malinconica, che potremmo descrivere come raw folk: scorre via velocemente e lascia spazio alla penultima tracia.

Limestoneman” è una sorta di visione new wave, o meglio di no wave newyorchese, bizzarra e allucinatoria.

No fishing”, solo voce e piano, si riallaccia circolarmente alla prima traccia del disco come atmosfere, anche se contiene maggior ironia e spensieratezza.

Devo ammettere che ho apprezzato molto la genuinità di questo disco e del suo autore: è un album onesto, dalla freschezza quasi disarmante, non ha pretese di suonare pulito o di allinearsi agli standard di perfezione che vanno per la maggiore, ma questo non è un demerito, anzi, al contrario è proprio il punto di forza delle composizioni di Dooley. A volte sornione, altre volte volutamente imperfette, è proprio questa caratteristica che fa piacere ed apprezzare i brani di “Little Ones”: si ha spesso la sensazione di non sapere come andrà a finire ciò che si sta ascoltando, ed è il suo bello!

Dunque un esordio solistico insolito, difficilmente classificabile, ma dallo strano fascino naif. Spero di sentire presto altro materiale: sono curioso della piega che prenderà la musica di Dooley in futuro.

Francesco Lenzi