Il Disordine Perfetto è l'album della creatura musicale omonima, pensata da Alessio Fantini, un batterista che ha sempre cercato una strada nuova per il suo strumento. Ispirato dal disco “Acau” di Gianni Maroccolo, in cui l’ex-CSI chiamava a raccolta vari amici e artisti dell’indie (quello vero!) italiano, Fantini ha compiuto più o meno un percorso analogo per la realizzazione di questo disco, sostituendo gli ospiti ,però, con delle incursioni soliste su terreni poco battuti.
Sicuramente, il riferimento principale per la batteria è Danny Carey dei Tool, comunque tutto ciò è solo un’indicazione, perché l’album vive di luce propria. Di sicuro c’è un grande amore per il progressive e per la sperimentazione sonora: questo è evidente fin dalla prima traccia, “Ad astra”, in cui synth lunari si incastrano a ritmiche precise.
“Lode all’intatuato”, subito dopo, è un viaggio onirico e sottilmente cosmico, con la voce di Roberta Soldani, che mescola riminiscenze alternative a psichedelia moderna, tra Karma e A Perfect Circle.
“Teobromina” svela un’anima totalmente diversa: è un bozzetto quasi teatrale e orientaleggiante – molto bella la chitarra classica di David Norcini – adornato dalla splendida voce di Soldani, che disegna scenari mai banali; anche il testo è insolito: una lode al cioccolato certamente non scontata!
Indiscutibilmente il disco non manca di varietà, seppur legata insieme dal filo rosso della ricerca sonor: ne è la prova il brano “The confession”, il quale mescola insieme varie anime, grazie ad una prima parte che sembra memore di una certa new wave e una certa dark wave, e ad una seconda parte che rivela un’anima più alternativa, forte di una melodia lancinante molto evidente. Immaginate un incrocio fantomatico tra i CSI di “Tabula Rasa”, il Peter Gabriel più oscuro e sperimentale e gli Alice in Chains di “Dirt”. Il finale, poi, rivela trame elettroniche che non ci si aspetterebbero unite ad un bell’assolo di chitarra.
Le sensazioni dark trovano continuazione in “Thick Fog” – canzone che ospita, in qualità di cantante, un’altra mia vecchia conoscenza, Denny Bonicolini – in una maniera ancora più sperimentale.
“Immensity” si muove su sentieri d’avanguardia, con sapori d’oriente – bello il sitar di Carlos Santamaria e la voce femminile, in questo caso, di Valentina Spina. Il brano è diviso in due parti, una melodica ed una onirica e misteriosa; d’altronde in dieci minuti ne succedono di cose eccitanti musicalmente!
“Manculicani” si riallaccia al genere folk teatrale di “Teobromina”, seppur ivi sia presente un maggiore uso di elettronica morbida sullo sfondo.
“Twist ye twine ye”, per contro, prosegue sui sentieri onirici ed orientaleggianti di “Immensity”, seppur visti tramite un’ottica vagamente stoner rock sporca e ossessiva memore degli anni Settanta.
“Amos” è un altro scorcio di sperimentazione – tra prog rock e ambient – in cui Bandini fa tutto da solo, alternandosi a synth e percussioni di ogni genere.
“Eternauta” rivela un’anima anch’essa progressiva, ma con riminiscenze etniche – particolarità che si riscontra anche in altri momenti del disco.
“Solo un’ombra” è il pezzo più breve della raccolta ma, certo, non meno intenso degli altri: torna la voce di Spina, che conferisce un tocco melodico e solare al tessuto sonoro.
Nondimeno, la voce di Spina in “Lost” disegna memorie scurissime nascoste fra i meandri del prog moderno e “tooliano” – sul finale tornano scampoli di elettronica.
“Enea” è un electro drone rock che mescola influenze diverse in un mix riuscito.
“Campestre” rivela un’anima inaspettatamente solare e rurale che evoca I Pink Floyd più pastorali. Anche se il titolo evoca un noto pezzo dei CSI, non si tratta, appunto, di una cover.
Su “Sunya” torna la voce di Denny Bonicolini: si tratta di un brano solare, uno squarcio di speranza dove la sperimentazione rivela un insolito lato pop elegante, tra avanguardia e orecchiabilità.
Chiude il disco un live registrato a Stia con una delle varie formazioni de Il Disordine Perfetto: giocano la partita, in questo caso, oltre allo stesso Bandini, Gionata Forciniti alle tastiere e Gabriele Marconcini al synth bass. Il concerto in questione è diviso in quattro momenti distinti – “Waving”, “Mask of an angel”, “Desire rush” e “Blessed” – e varca i confini di un progressive rock infinito. A volte tornano momenti oscuri, a volte vengono solcati territori inconsueti prossimi al kraut rock più spericolato – insuperabili, in questo senso, le tastiere –, passando per elettronica e psichedelia.
Un lavoro, dunque, molto curato e riuscito, forte di diverse anime e tutto da gustare: è come un coloratissimo caleidoscopio sonoro, in cui le influenze progressive si tingono di luce nuova e non sono mai banali, né mai fini a sé stesse.
Se tutto il disordine fosse così perfetto, saremmo in un mondo migliore: da ascoltare ed amare incondizionatamente.
Francesco Lenzi
