«Marco, puoi dirmi di quale mattatoio si tratta?»
«Preferisco che questo particolare resti riservato: ho fotografato un mattatoio che si facesse paradigma di tutti gli altri.»
Questa è una delle domande iniziali che ho posto a Marco Sallese all'interno della sua prima mostra fotografica, intitolata “Il Mattatoio”, svoltasi tra sabato 16 e domenica 17 aprile 2016, presso Foiano della Chiana, la cui risposta mi ha permesso di iniziare a comprendere le idee che muovessero l'intero percorso espositivo.
“Il Mattatoio” non è stato semplicemente un insieme di immagini che raccontassero un'esperienza: è stato capace di rendere queste delle porte di accesso attraverso le quali potersi immergere sensorialmente nel profondo di una realtà purtroppo ignorata ma ricca di sfaccettature. Spesso capita che delle fotografie trasmettano rimembranze di carattere olfattivo, sonoro o anche tattile, oltre che ovviamente informazioni di tipo visivo, ma è molto meno frequente che esse riescano a comunicare percezioni fisiche del tutto nuove ed è perciò che l'evento in questione si è rivelato brillante indubbiamente.
Entrando dentro la Sala Gervasi, dove il progetto è stato esposto, l'aspetto che più mi ha colpito subito dopo un veloce sguardo, è stato il fatto che tutti gli scatti fossero in bianco e nero, scelta perpetuata al fine di non sconvolgere il fruitore mediante la vista del sangue o delle interiora degli animali, espediente invece più volte utilizzato in lavori tematicamente paralleli. Altro tratto fondamentale è stato l'utilizzo di un alto contrasto in fase di post-produzione che ha conferito alle foto, stampate su carta partecipe di un motivo ricordante quello di una tela, un senso di oleosa densità tendente a richiamare l'afa ed il cattivo odore presenti nelle sale, simili a quelle operatorie, dove le creature sono trasformate in materia prima.
Il progetto si identifica in un viaggio nello stabilimento, segnato da una progressione di scatti che inizia dal momento in cui suini e bovini vengono scaricati dai camion e debbono attraversare percorsi costituiti da griglie metalliche, nei quali accade assiduamente che si blocchino, come fossero consapevoli di ciò che li attende, salvo poi riprendere la lugubre marcia costretti dalle scosse elettriche che in quella circostanza immediatamente li raggiungono, e che finisce con il lavaggio degli ambienti che hanno raccolto le membra esangui delle bestie nell'arco della giornata.
Ogni immagine è stata privata della sua definizione massima poiché per la cattura è servito un tempo di esposizione piuttosto lungo che, conferendo una lieve patina di sporcizia visiva, ha dato modo al fruitore di avvertire il suono confuso ed angoscioso dei macchinari in funzione, commisto a quello emesso dagli essere viventi. Allo stesso tempo il taglio conferito ad ogni rappresentazione è stato il più oggettivo possibile onde non influenzare il giudizio dello spettatore, bensì contestualizzare il processo di macellazione, non sottraendo comunque alla narrazione note personali ed originali.
Marco Sallese con “Il Mattatoio” ha proposto un tipo di opera fotografica esistenzialista e certamente definita, atta ad innescare nel pubblico un ragionamento personale e libero da preconcetti e sovrastrutture, valore molte volte assente in tanti contesti artistici che però resta forse quanto di più nobile ed altruistico la creatività possa voler raggiungere.
Jacopo Bucciantini.
